17/1/1942
  SECONDA GUERRA MONDIALE 1942- LA TRAGICA RITIRATA

Stanchi,sfiniti,ci si accascia:per un attimo diventano fagotti neri nello sconfinato nevaio, poi la neve cancella anche quelli. Diventano 84830 puntini, alla media di 2000 al giorno, 300 all'ora, ogni minuto6 corpi vestiti di stracci e scarpe rotte cadono, una vita stroncata ogni 10 secondi. E' la tregedia degli oltre 229mila soldati italiani mandati al massacro durante la II Guerra mondiale.Privi di armi moderne e di equipaggiamento adatto, quei ragazzi combatterono con grande valore e dignità, poi però dovettero soccombere alla forza d'urto dell'esercito sovietico. E cominciò il martirio della ritirata...

Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, spesso abbreviato come CSIR, e l'8ª Armata Italiana in Russia, o ARMIR, furono le Grandi Unità del Regio Esercito impegnate, in successione, sul fronte orientale tra il luglio del 1941 e il febbraio del 1943. La partecipazione alla guerra contro l'Unione Sovietica rappresentò uno sforzo notevole per le forze armate italiane, già duramente impegnate nei Balcani e in Africa settentrionale, e le ingenti perdite là subite rappresentarono un duro colpo per le già scarse capacità militari dell'Italia. Già dai primi di giugno 1941, in previsione dell'ormai certa campagna tedesca sul fronte orientale, Mussolini offrì a Hitler di partecipare con truppe italiane e contemporaneamente attivò il Generale Cavallero ( Capo di SM Generale). Alla fine fu decisa la costituzione del CSIR. L'offerta di Mussolini venne formalmente accettata anche se con poco entusiasmo .Circa le ragioni strategiche delle spedizioni, si suppone che il principale desiderio di Mussolini fosse quello di "riequilibrare" lo stato dell'alleanza con la Germania,vi erano anche considerazioni economiche, ovvero il timore di arrivare in ritardo alla spartizione delle risorse di un nemico considerato ormai sconfitto.
L'aiuto italiano fu spedito in 2 tempi per un totale di 229 mila soldati. Nell'estate del '41 fu incaricato di forzare il fiume Dnestr in più punti e così cominciarono gli scontri. Il CISR,nonostante alcuni episodi di valore, dimostrò immediatamente di non essere all'altezza della situazione sia come qualità che come quantità di armamenti e di mezzi di trasporto. All'inizio però l'altrettanta impreparazione dell'esercito russo che adottava la tecnica della difesa ad oltranza, le vittorie si susseguirono con facilità ed in poche settimane l'esercito tedesco ed i suoi alleati obbligò alla resa la città di Kiev e fece seicentomila prigionieri. Ma caduta Kiev , l'Alto comando sovietico decise per la strategia del ripiegamento di fronte all'avanzata nemica:inizio così la lenta e inesorabile disfatta dell'esercito invasore, incalzati dagli assalti inaspettati della disperata resistenza dei siberiani, assediati dai terribili inverni russi e completamente disorientati di fronte alle aperte e sterminate pianure sovietiche. Il generale del CISR Messe intanto faceva rapporto a Roma,ma l'unica preoccupazione di Mussolini era il doveroso aiuto da offrire all'alleato. Anche i generali nazisti si rendevano conto della situazione,ma il Fuhrer non sentiva ragioni, la Russia doveva essere conquistata a qualunque costo.
All'inizio di dicembre il gelo insopportabile costrinse la sosta di tutti i reparti e il fronte tedesco dovette rinunciare alla conquista di Mosca e anzi Hitler decise che era una perdita di tempo e quindi decise di procedere su due fronti: verso nord per mettere fuori gioco Leningrado e verso sud per conquistare la Crimea, occupare Stalingrado e il Caucaso fino al confine turco. In maggio la Crimea era conquistata e i tedeschi avanzavano verso il Caucaso oltre il Don.
Nell'estate del 42 si unirono altri due corpi d'armata, il secondo corpo e l'alpino in vista dell'avanzata sul Caucaso, ma la situazione non migliorò sul piano organizzativo e logistico e nonostante i continui rapporti di Messe e i cattivi presagi che aveva sull'esito Mussolini non voleva fare passi indietro agli occhi di Hitler. E' inverosimile che non si fosse accorto della disastrosa situazione del suo esercito e della sconfitta che stava per attenderlo, ma ormai era troppo tardi per ritirarsi e le forze armate, con l'Italia tutta, erano costretta a scontare i sogni politici di un unico uomo subordinando ogni altro aspetto.
A novembre,dopo mesi di duri combattimenti, i russi riuscirono ad avere la meglio stringendo il nemico in una presa mortale. Hitler impose di resistere fino alla fine promettendo aiuti in ogni dove che mai giunsero e così compromettendo definitivamente l'esito della guerra. Lo schieramento italiano si estendeva per 300 km lungo il Don e insieme a gli altri reggimenti comunque non erano paragonabili alla robustezza e compattezza delle truppe russe che il 16 dicembre sferrarono l'attacco decisivo a cui seguirono altre pesanti perdite per un mese e non avendo ricevuto ancora l'ordine delle ritirata che doveva arrivare dalle alte sfere tedesche, ma l'intento era proprio quello di rallentare e intralciare l'avanzata dei sovietici proprio con le divisioni italiane lasciate alle spalle del resto del regimento. La ritirata fu ordinata il 17 gennaio.
La ritirata italiana continuò per giorni e giorni dal Don al Donetz, in una atmosfera di tragedia. Man mano i reparti s'andavano assottigliando, mietuti dallo sfinimento, dai congelamenti, dagli attacchi dei carri armati, dagli agguati dei partigiani. La confusione aumentava. In molti casi non esistevano più reparti organici; non esistevano più comandi, non esistevano nemmeno più divisioni di nazionalità. Alpini marciavano frammisti a soldati ungheresi, bersaglieri spalla a spalla con « panzer grenadieren » tedeschi. E tutti erano ridotti alla situazione del fante, tranne i pochi fortunati che disponevano di una slitta, di un cavallo, di un autocarro con una scorta di benzina.
Le perdite delle divisioni italiane durante la ritirata furono durissime e raggiunsero in qualche caso il sessanta per cento degli effettivi L'odissea finì ai primi di febbraio quando i superstiti della ritirata raggiunsero le nuove linee costituite dai tedeschi davanti a Charkov e di qui, riordinati e rifocillati, furono avviati, con decine e decine di tradotte, verso la Patria. Ma migliaia e migliaia di bravi soldati, centinaia di ufficiali, decine di ufficiali superiori e quattro generali erano caduti in mano al nemico. Per loro l'odissea continuò feroce, più spietata, più amara della guerra. Sono morti certamente per gli stenti, per le malattie, per le inenarrabili brutalità dei carcerieri sovietici, nei campi di concentramento o addirittura prima dì arrivarvi. Per gli altri rimane il tragico dubbio che siano ancora, pochi o molti, in qualche angolo della Russia o della Siberia. Ma neanche ai morti è stata data pace, in terra sovietica. Dei cimiteri di guerra amorevolmente, pietosamente composti dai cappellani militari non esiste più nulla. Già nei primi giorni dopo la riconquista, come hanno raccontato testimoni oculari, i carri armati con la stella rossa sono passati sulle tombe a stroncare le croci e le lapidi del ricordo.