27/11/2011
  ISRAELE - IL MURO DELLA VERGOGNA

IL MURO DI ISRAELE…
Il muro, meglio definito “la barriera di separazione israeliana”, è un sistema di barriere costruito da Israele in Cisgiordania con il nome “chiusura di sicurezza”, infatti Israele lo ha ufficialmente costruito per evitare che dei terroristi palestinesi entrino nel territorio nazionale ebraico. La sua lunghezza è di 730 km, ma è stato più volte ridisegnato, specie tra il 2004 e il 2005, per via delle varie pressioni esterne ed internazionali, ma anche su domanda dei palestinesi, degli Europei e della Corte Suprema di Giustizia Israeliana; il tracciato è comunque un susseguirsi di trincee, porte elettroniche, muri. La sua costruzione ha suscitato grande scalpore anche tra alcuni cittadini israeliani. E' stato soprannominato “il muro della vergogna”; per la maggior parte dei palestinesi, ma anche secondo l’opinione pubblica internazionale, esso rappresenterebbe, per Israele, un tentativo ma anche un modo per annettere parte dei territori occupati palestinesi (infatti parte del tracciato si trova in territorio occupato), includendo anche la quasi totalità dei pozzi presenti.

I progetti
Il progetto della costruzione del muro è stato proposto dal governo laburista di Ehud Barak lanciato dopo il giugno 2000, da parte di Ben Eliezer e poi continuato anche da Ariel Sharon anche se inizialmente egli si era opposto alla sua costruzione per evitare di suscitare grande scalpore. Un muro era già stato costruito dai tempi della prima INTIFADA, sempre da parte di Israele intorno a Gaza. Attualmente il costo del muro è di circa un milione di dollari a km, costruito in cemento armato, fortificato con torri di controllo ogni 300m, da trincee profonde due metri e da recinzioni di filo spinato. Da tutti coloro che sono ostili alla costruzione del muro, in particolare i palestinesi, esso è definito “muro di separazione razziale”. Secondo gli Israeliani dopo la costruzione del muro vi sarebbe stato un notevole decremento del terrorismo, ma secondo i palestinesi o gli appartenenti all’estrema sinistra di Israele il muro comporterebbe molti problemi, tra cui mancanza di libertà di movimento per i palestinesi o per tutti gli abitanti delle zone, perdita dell’accesso alle terre coltivate per gli agricoltori, isolamento dai villaggi circostanti e soprattutto il sentimento di imprigionamento. A nord di Tulkarem, la barriera si estende fino al fiume Giordano, al di sotto della frontiera con la Giordania, mentre all’altezza della colonia del Rehan, essa penetra 5 km all’interno della Cisgiordania. Nel maggio 2004, la costruzione del muro ha condotto allo sradicamento di 102.320 olivi (contrabbandati e venduti per i giardini dei ricchi israeliani, venduti fino a 5.000 dollari per ogni albero antico) e di piante d'agrumi, sono stati demoliti 75 acri di serre e 37 km di condotte d'irrigazione. Per dare un esempio di come è avvenuta la costruzione di questo tracciato si può dire che all’inizio del 2003, 63 negozi sono stati demoliti dall'esercito israeliano nel villaggio di Nazlat Isa, dopo che i proprietari ebbero ricevuto un preavviso di soli 30 minuti e, anche se il Governo israeliano ha promesso che gli alberi danneggiati dalla costruzione sarebbero stati reimpiantati, questo fino ad oggi ciò non è successo.

Perchè un muro?
Capire perché Israele abbia voluto costruire un muro difensivo è difficile da spiegare, infatti fino a quando le vittime israeliane servivano a giustificare la incursioni nei territori palestinesi, la costruzione di un muro non serviva, la sua edificazione si rese però indispensabile quando Israele era ormai riuscito ad occupare la Cisgiordania e a distruggere l’Autorità Palestinese. Però le ragioni più profonde della sua costruzione vanno ricercate nelle reali intenzioni che avevano gli israeliani: cioè distruggere i palestinesi. Infatti gli israeliani non hanno seguito la linea verde per la sua edificazione perché loro intenzione non era quello di dividere il territorio israeliano dalla Giordania, ma quello di acquisire quanto più territorio e acqua palestinese possibile ma anche di annettere parte considerevole della Giordania e rafforzare gli sbarramenti militari attorno alle città palestinesi. Un esempio della strategia che ha adottato Israele per costruire il muro è rappresentato dal villaggio di Mas’ha, nell’aprile del 2003, dove gli israeliani hanno iniziato a separare il villaggio, con un muro alto otto metri, dalla sua unica fonte di sussistenza, cioè la terra agricola coltivata per lo più ad uliveti; le ragioni della separazione però non è questa, ma è rappresentata dalla risorsa idrica, infatti queste terre si trovano ad occidente di una vasta riserva idrica che ha origine in Cisgiordania e con l’edificazione di una linea di separazione Israele se ne potrà appropriare e spingerà gli abitanti del villaggio ad andare via. Quello di Mas’ha è solo un esempio, per la gigantesca costruzione sono stati confiscati più di 600 dunums di terra.
Poiché con il passare del tempo il muro si estendeva sempre di più, alcuni paesi arabi hanno deciso di affidare la questione della barriera di separazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che il 21 ottobre 2003 ha adottato la risoluzione 10/13, con la quale vietava la costruzione di un muro sul territorio palestinese occupato, ma la decisione non è stata accolta dallo stato di Israele, che ha risposto dicendo:”La chiusura di sicurezza continuerà a essere costruita”. Il 30 giugno la corte suprema d’Israele ha rimesso in discussione l’esistenza del muro e ha ordinato che questo venisse modificato nelle parti in cui si trovava in territori occupati, poi il 15 settembre 2005 una parte della barriera è stata dichiarata illegale, riferendosi a quella edificata in territorio occupato ed ha richiesto al governo israeliano di riesaminare il tracciato. Secondo il progetto il suo perimetro doveva coincidere con la linea verde che doveva essere lunga 350km (per linea verde si intende la linea di confine decisa nell'armistizio tra Israele e Giordania negli anni 1949-1967, ma non si trattava del confine definitivo, cessò di esistere in seguito alla minaccia all'esistenza di Israele nella primavera del 1967, che portò alla Guerra dei 6 giorni). Durante la sua costruzione, però, Israele non ha rispettato i patti ed in molti punti si è distaccato dalla linea, facendo diventare la costruzione lunga, secondo gli ultimi aggiornamenti, 600km sul lato della Cisgiordania. La Risoluzione dell’ONU del 1947 aveva assegnato il 45% della Palestina ai palestinesi, ma già dal 1948 Israele ne occupava il 78%, lasciando ai palestinesi il 22% (Cisgiordania e Gaza). Ora Israele sta cercando di acquisire più territorio e acqua possibili, mentre i palestinesi sono spinti a morire di fame, di sete, messi in prigione dietro delle mura alte otto metri. Il muro lungo Gerusalemme penetra molto in profondità; l’incorporazione della Grande Gerusalemme nello stato ebraico pone diversi problemi; infatti porta ad incorporare un gran numero di palestinesi, sottolineando una volta di più le contraddizioni esistenti da tempo tra i due popoli. La maggior parte della recinzione antiterroristica consiste in una fascia larga circa quanto una strada a quattro corsie. Al centro vi è la recinzione a catena che sostiene un sistema di rilevamento di intrusioni, infatti questo sistema, tecnologicamente avanzato, è progettato per dare l'allarme contro le infiltrazioni. Essa comunque serve non solo a impedire l'ingresso dei terroristi, ma anche a evitare che i palestinesi sparino sulle automobili israeliane che viaggiano sulle principali autostrade dello stato. Il famoso muro rappresenta solamente una prigione a cielo aperto….
TRATTO DAL SITO istitutodaguirre.it

 

IL MURO D'ISRAELE E’ ILLEGALE LO HA STABILITO LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA DELL’AJA.

La Corte Internazionale di Giustizia, riunitasi all'Aja, ha stabilito che il muro innalzato da Israele in Cisgiordania è illegale, in quanto contrario agli obblighi sanciti dal diritto umanitario internazionale, dichiarandosi non convinta che l'innalzamento del muro comporti il raggiungimento degli obiettivi auspicati da Israele in tema di sicurezza e di prevenzione da attacchi terroristici.
Il verdetto della Corte, in merito alla necessità di abbattere il muro difensivo eretto da Israele, le reazioni durissime alla condanna, formulate dal governo Sharon, e le critiche avanzare da più Paesi -non solo arabi- in merito alla politica aggressiva attuata dallo Stato ebraico, rafforza il disagio latente per la profonda contrapposizione di due popoli, di due culture e civiltà differenti, dimostrando le scarse possibilità di giungere ad un accordo di pace e ad una possibile, quanto improbabile convivenza pacifica, lasciando così quell'area geografica in una situazione ingestibile, che alimenta le tensioni, dando impulso al terrorismo e alla deleteria contrapposizione razziale. Persino l'attenzione in merito ai diritti umani dei due popoli, entrambi martoriati e sfiniti da questa situazione di permanente invivibilità, rischia di passare in secondo piano, lasciando una ferita aperta, destinata a condizionare gli equilibri politici internazionali. A Tel Aviv è contestata o addirittura ignorata la decisione della locale Corte suprema che ha riconosciuto come certi modi d'esecuzione della barriera protettiva ledano le elementari condizioni di vita del popolo palestinese, e sconcerta la decisione dell'Aja, laddove poco o nulla concede alle ragioni di tutela di chi convive con stragi ed attentati.

 


Andrebbe rilevato come la Corte di giustizia, per i limiti istituzionali in cui opera, ha espresso un parere, più che una sentenza, non disponendo di poteri concreti, essendo un Tribunale arbitrale e pertanto esecutivo nelle deliberazioni solo in presenza della volontà dichiarata di entrambe le parti interessate da una controversia. Nel caso specifico, interveniva in funzione consultiva, su richiesta dell'Assemblea delle Nazioni unite, in applicazione dell'art.96 della Carta dell'Organizzazione, e pertanto sarà il Consiglio di sicurezza, dove incombe il veto degli Stati Uniti, a stabilire se dare esecuzione a quanto stabilito dai giudici.
Questa situazione, evidenzia i limiti di alcuni organismi internazionali che, per dimostrarsi efficaci, credibili, rispettati e imparziali, dovrebbero disporre di maggior potere e del sostegno di tutte le Nazioni, per essere considerati da tutti. La contestazione sui pareri espressi dalla Corte dell'Aja dimostra il contrario, limitandone addirittura la sua funzione istituzionale, come sta avvenendo anche nei confronti della Corte penale internazionale.
Il pessimismo pare d'obbligo, in quanto l'aspetto più preoccupante di tutta la vicenda unisce nella polemica Stati, come Israele e gli Usa, che dispongono di sistemi giudiziari che dell'indipendenza e dell'imparzialità si fanno seriamente carico. Dall'impasse non si esce con condanne a senso unico, contro questo o un altro Stato, ma con il contributo di tutti coloro che lavorano per evitare ulteriori irrigidimenti, e per dare un forte rafforzamento alle istituzioni: un buon esempio in tale direzione arriva proprio da un Paese spesso criticato per i metodi adottati e per le decisioni assunte, sovente al centro della critica e della polemica internazionale, attraverso il coraggio e l'indipendenza espressi dalla Corte suprema israeliana.
TRATTO DAL SITO macchia nera.it

Il muro
di Ran Ha Cohen

Quando fu chiesto a Colin Powell come mai, dopo che la road-map era stata letteralmente imposta ai palestinesi, Israele tardava ad accettarla senza porre condizioni, Powell rispose che, in realta', "non aveva importanza" l'accettazione o il rifiuto - di Israele, si intende. (Fossero stati i palestinesi, la reazione sarebbe stata senza dubbio differente).

Per una volta, mi trovo d'accordo con Powell: davvero non importa. La funzione centrale della road-map e' distrarre l'attenzione pubblica dalla mappa reale dei Territori palestinesi. Quest'ultima viene drammaticamente alterata e, diversamente dalla road-map, che sara' dimenticata come tutti i suoi cinici precursori ("il piano Zinni", il "piano Tenet", "Il Rapporto Mitchell", la "Conferenza di Pace Regionale"), la mappa geografica della Palestina e' qui per restarvi, con un terrificante Muro eretto nel suo cuore - la "barriera di Sicurezza", come esso viene definito in lingua israeliana; in effetti, un Muro di Apartheid.
 

Sharon si era opposto lungamente all'idea di una barriera tra Israele e Cisgiordania. Fino all'aprile 2002, l'aveva accantonata - nonostante la pressione pubblica, nonostante la richiesta da parte del presidente israeliano e del capo dei servizi segreti, e, soprattutto, nonostante le vittime civili israeliane, la cui morte avrebbe potuto essere evitata da tale barriera. Il grandioso progetto di costruzione non fu lanciato che dopo il giugno 2000, in quella che fu definita una vittoria personale del leader laburista Ben-Eliezer.

Dal momento che, diversamente dalla giunta che li governa, molti israeliani preferirebbero terminare l'occupazione, il supporto per il Muro e' schiacciante. Molti credono che esso portera' sicurezza ed, eventualmente, si trasformera' in una frontiera tra i due "stati". I milionari israeliani, come espone Yedioth Ahronot (22/11/2002), hanno una ragione speciale per festeggiare: centinaia di alberi d'olivo palestinesi lungo il perimetro del Muro vengono sradicati dai costruttori, contrabbandati e venduti per i giardini dei ricchi israeliani (fino a 5.000 dollari per un albero antico). I proprietari palestinesi che osino protestare o chiedere un indennizzo per la loro unica fonte di reddito vengono allontanati con percosse e minacce.

Cambiamento di idea?

La giunta cambio' idea sulla costruzione del Muro solo dopo l' "Operazione Scudo Difensivo" dell'aprile 2002. Fino a che le vittime israeliane potevano essere utilizzate per giustificare le ripetute incursioni entro le aree "autonome" palestinesi, nessun muro fu costruito. Dopo lo "Scudo Difensivo", quando Israele era ormai riuscito a rioccupare l'intera Cisgiordania e a distruggere l'Autorita' palestinese (esistente gia' da prima solo di nome), il Muro pote' essere edificato.

Ma la ragione piu' profonda per il cambiamento d'idea fu che la giunta trovo' il modo di utilizzare il Muro per i suoi scopi: cioe' come parte di un progetto teso a distruggere i palestinesi. Cio' non puo' essere compreso senza dare un'occhiata alla reale direzione del Muro.
Perche', vi chiederete, il Muro non segue il perimetro della Linea Verde che separa Israele dalla Cisgiordania? - No davvero. Se questa fosse la vera intenzione di Israele, avremmo potuto avere la Pace tanti anni fa. In realta', Israele rifiuta di uscire dalla Cisgiordania e la costruzione di un Muro sulla Linea Verde e' l'ultima cosa che la giunta abbia in mente. Il Muro viene costruito profondamente entro il territorio palestinese, allo scopo di rubare quanta piu' terra ed acqua palestinese sia possibile. Un esempio calzante e' il piccolo villaggio di Mas'ha, dove un gruppetto di internazionali e locali ha collocato un piccolo campo per attrarre l'attenzione e lottare contro l'atrocita' in corso.

L'esempio di Mas'ha

Il villaggio di Mas'ha e' adiacente all'insediamento israeliano di Elkana, a 7 km circa dalla Linea Verde. Nell'aprile 2003, i bulldozers israeliani hanno iniziato a separare Mas'ha, con un muro di cemento armato alto otto metri, dall'unica fonte di sussistenza restatogli: la terra agricola, in gran parte composta da uliveti. Il 98% delle terre di Mas'ha si troveranno sul lato israeliano del Muro.

Non e' stata solo l'avidita' di terre ad inviare i bulldozers nelle terre di Mas'ha. Queste terre si trovano ad occidente di una vasta riserva idrica che ha origine in Cisgiordania, le cui acque scorrono sotto terra fino al centro di Israele. Di 600 milioni di metri cubi d'acqua che la sorgente produce in un anno, Israele ne preleva circa 500 milioni. Il controllo delle fonti idriche e' stata sempre la motivazione israeliana chiave per mantenere l'occupazione. I primi insediamenti, come Elkana, furono collocati in zone critiche per trivellare. Dal 1967, Israele proibisce ai palestinesi di scavare nuovi pozzi, ma nelle terre di Mas'ha operano ancora vecchi pozzi. Isolando il villaggio dalle sue sorgenti d'acqua, ed eliminando la fonte di sussistenza, Israele assume il controllo delle riserve idriche e spinge gli abitanti del villaggio ad andare via.

Sono stato a Mas'ha un paio di settimane fa. La mostruosa barriera non era ancora completa; consisteva di una trincea profonda 3 metri, che potevamo ancora attraversare, nel suo punto piu' basso, con una certa difficolta', e di un altipiano raso al suolo, ampio 80-130 metri, sui sarebbe stato erettio il muro, con filo spinato, telecamere, pattuglie di ricognizione. Non e' una barriera improvvisata: e' un muro gigantesco destinato a rimanere per decenni, e a creare una nuova realta' fisica. Si attorciglia come un serpente attorno alle colline coltivate, accerchiando il villaggio da tre lati a soli pochi passi dall'ultima abitazione. Ai proprietari delle terre e' stato detto che sarebbero stati costruiti cancelli per permettere loro di accedere alle loro proprieta'. "Non ci hanno detto, pero', chi custodira' le chiavi", hanno osservato con amara ironia i contadini avvezzi all'assedio, i quali hanno gia' perso gran parte delle loro terre a causa degli insediamenti di Elkana ed Etz Ephraim, entrambi costruiti su terre di Mas'ha decenni fa.

E Mas'ha e' solo un esempio. Dei 12.500 dunums di terra del villaggio di Jius, 600 sono stati confiscati per la costruzione del Muro e 8.600 saranno sul lato israeliano. Le 550 famiglie che lavoravano in Israele e che, dopo la chiusura dei Territori occupati erano tornate all'agricoltura, perderanno anche la loro ultima fonte di reddito (Gideon Levi, Ha'aretz, 2 Maggio 2003).

Segreti e bugie

E' dunque chiaro perche' la giunta rifiuti di fornire informazioni sul perimetro del Muro, come descrive nel dettaglio B'tselem Newsletter. La Linea Verde e' lunga 350 km; le notizie piu' aggiornate parlano di un Muro lungo 600 km sul solo lato occidentale della Cisgiordania. - Solo?- Si': perche' - come menziona Ha'aretz (23/3/2003) casulamente e solo una volta, senza ne' dettagli ne' commenti di sorta - vi e' in programma la costruzione di un altro muro orientale. Questa informazione cruciale sfugge virtualmente all'attenzione del pubblico. Dal momento che molti credono che il Muro sia costruito lungo la Linea Verde, non sospettano neppure che un'altra barriera stia per accerchiare i palestinesi anche da dietro.

Solo due mesi prima che il progetto del Muro fosse confermato dal suo gabinetto, Sharon fu citato da Yedioth Ahronot (26/4/2002). Il giornalista si disse oltraggiato da cio' che considerava i pretesti scovati da Sharon contro la costruzione del muro. Sharon fu accusato di esagerare, e di trasformare il semplice progetto di un muro lungo 350 km in un'impresa irrealizzabile di 1000 km:

"Il metodo preferito da Sharon per gonfiare i dati e' semplicemente quello di raddoppiare i numeri. 'Non si puo' avere una barriera solo su un lato della zona di giunzione', ha detto ai funzionari della polizia. 'Bisogna avere barriere su entrambi i lati, e poi c'e' la valle del Giordano, dove c'e' bisogno di un'altra barriera su entrambi i lati'. [...] Per sabotare la separazione [...], Sharon parla di due differenti perimetri: due barriere su diverse collocazioni della linea di giuntura, e ancora altre due barriere tra Israele e Giordania. In questo modo, si ottengono davvero 1000 km".

Ma Sharon non stava esagerando: adesso sappiamo che la barriera occidentale e' gia' lunga 600 km, e aggiungendovi una barriera simile ad est rende la valutazione di Sharon sottostimata. Cio' che il giornalista non capi' fu che Sharon stava solo fingendo di opporsi al Muro, e, in realta', aveva gia' pianificato il suo attuale perimetro cosi' da massimizzare la quota israeliana di territorio; che il muro orientale non avrebbe separato Israele dalla Giordania, ma sarebbe stato eretto nel mezzo della Cisgiordania e che Sharon, per ottenere il supporto del pubblico, presento' saggiamente il Muro di Apartheid come una pragmatica resa alla pressione laburista e pubblica, mentre invece si trattava del suo schema, elaborato da lui stesso molto prima che avesse la possibilita' di realizzarlo, e camuffato da remissivita' nei confronti delle "colombe" giusto per rafforzare la sua immagine da "moderato".

La seguente mappa, preparata da fonti palestinesi, basata sulle parti del Muro gia' erette, su quelle in costruzione e sugli ordini di confisca gia' consegnati ai proprietari delle terre, mostra approssimativamente a che punto e' arrivato Israele. Non considerando la parte del leone della Cisgiordania caduta al di fuori del Muro in mano israeliana, anche i due bantustans contigui lasciati ai palestinesi sono, in effetti, sezionati da catene di insediamenti israeliani e strade per soli ebrei.

La Risoluzione ONU del 1947 assegnava il 45% della Palestina storica allo stato palestinese. Nel 1948 Israele gia' occupava il 78% della Palestina storica, lasciando ai palestinesi solo il 22% - la Cisgiordania e Gaza. E questo e' tutto cio' che i palestinesi chiedono dal 1993. Ora Israele sta derubando piu' della meta' migliore di questo 22%. Sei milioni di israeliani stanno per afferrare circa il 90% della terra (e dell'acqua), mentre tre milioni e mezzo di palestinesi, la maggior parte dei quali profughi della Palestina storica, sono spinti a morire di fame in cio' che resta, chiusi in prigioni all'aria aperta dietro mura gigantesche, senza terra, senza acqua e senza speranza. Una maniera molto morale di ottenere pace e sicurezza, non c'e' dubbio.

Il Muro di Apartheid sara' alto 8 metri e lungo probabilmente 1000 km. La Grande Muraglia Cinese, per fare dei paragoni, e' lunga 6.700 km, mentre il Muro di Berlino era un nano, lungo solo 155 km e alto 3,6 metri. Restare in silenzio su questo gigantesco progetto con implicazioni genocide, mirante a prevenire ogni normale futura sistemazione, e' un crimine morale, di cui e' colpevole la quasi totalita' dei media occidentali.

Tratto dal sito arabcomint.com