21/6/2020 Diritti Violati  
BRASILE - STRAGE DI NATIVI IN AMAZZONIA E NELLE FAVELAS

TRATTO DAL SITO fanpage.it 20 giugno 2020

Una tribù di Arara la “più contagiata” del Brasile: “Siamo sull’orlo del disastro”

Il 46% dei 121 Arara che vivono in una riserva nell’Amazzonia brasiliana hanno contratto il coronavirus, ma secondo gli esperti è molto probabile che ora tutti i membri della tribù di quel territorio siano stati infettati. Una notizia potenzialmente devastante per la tribù, entrata per la prima volta in contatto con gli esterni solo nel 1987 e quindi particolarmente vulnerabile alle malattie importate.
AMERICHEESTERI 20 GIUGNO 2020 10:26di Susanna Picone

in foto: Foto Survival
In Brasile, secondo Paese al mondo per casi da coronavirus, preoccupa una tribù di Arara, piccolo gruppo etnico locale, considerata la “più contagiata” del Paese. Secondo le statistiche ufficiali, il 46% dei 121 Arara che vivono in una riserva nell'Amazzonia brasiliana hanno contratto il Covid-19, ma per gli esperti è molto probabile che ora tutti i membri della tribù di quel territorio siano stati infettati. La notizia, riferisce Survival, è potenzialmente devastante per la tribù, entrata per la prima volta in contatto con gli esterni solo nel 1987 e quindi particolarmente vulnerabile alle malattie importate. Sempre secondo gli esperti non è una coincidenza il fatto che la riserva sia uno dei territori più invasi dell'intera Amazzonia: all'interno dei suoi confini operano illegalmente centinaia di trafficanti di legname, accaparratori di terra, allevatori e colonizzatori. "Siamo molto preoccupati”, ha detto a Survival International un uomo Arara. "All'avamposto medico [vicino al villaggio] non ci sono medicine, né respiratori. Vorremmo un respiratore nell'avamposto, così da non dover andare in città. Il villaggio è a 3 giorni di distanza dalla città dove si trova l'ospedale. Chiediamo protezione per questi casi di coronavirus. Il numero di invasori è aumentato notevolmente, tagliano molti alberi. Il governo non li ferma. Nell'area ci sono troppi invasori”, è la sua testimonianza. La tribù chiede lo sfratto immediato di tutti gli invasori e una risposta sanitaria efficace per prevenire i decessi da Covid.

Negli ultimi anni molti membri della tribù morti per malattie importate dall’esterno


I loro alleati, tra cui Survival International, stanno facendo pressione sul governo brasiliano affinché intervenga con urgenza. "Sin dall'inizio abbiamo denunciato l'avanzata del coronavirus nelle terre indigene e i rischi di contaminazione nei nostri territori”, ha detto in una nota la COIAB, l'organo di coordinamento delle organizzazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana. "Ora il Covid-19 è arrivato, e si sta diffondendo rapidamente. Siamo sull'orlo del disastro. È una lotta quotidiana per la sopravvivenza, non solo per il Covid-19 ma anche perché le leggi vengono smantellate, la demarcazione e la protezione dei nostri territori vengono bloccate, le nostre terre e le nostre vite vengono prese di mira, i nostri leader vengono assassinati, e il governo federale sta adottando misure anti-indigene”. Fiona Watson, Direttrice del Dipartimento Ricerca e Advocacy di Survival International, ha spiegato che negli ultimi 40 anni la foresta degli Arara è stata decimata e molti dei membri della tribù sono morti per malattie importate dall’esterno. "Il Presidente Bolsonaro sta incoraggiando la distruzione di un popolo un tempo fiorente, e della foresta che gli Arara hanno gestito e di cui si sono presi cura per millenni. Per resistere a questo genocidio hanno disperatamente bisogno della solidarietà brasiliana e internazionale”, ha aggiunto.

 

tratto dal sito corriere.it del 18 giugn0 2020

 Coronavirus, Brasile: un milione di casi. Msf: «Incubo fuori controllo»
Amazzonia e favelas le aree più colpite. Gli indigeni non hanno accesso alle cure: morto di Covid-19 anche il loro capo storico Paulinho Paiakan
di Irene Soave
Coronavirus, Brasile: un milione di casi. Msf: «Incubo fuori controllo»shadow

Il Brasile si avvicina al milione di casi registrati di coronavirus; con 995.377 contagi a ieri sera, e 46.510 morti finora, è il secondo Paese al mondo in entrambe le tristi classifiche (guidate dagli Stati Uniti). In 24 ore, tra il 17 e il 18 giugno, sono stati registrati 32.188 contagi e 1.269 decessi: il tasso di mortalità è il 22,1%. L’epidemia sembra diffondersi a un ritmo meno feroce che nelle settimane precedenti, tanto che l’Oms ha parlato di «segni di stabilizzazione».

Eppure «L’incubo del Covid-19 è tutt’altro che sotto controllo»: così si apre l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere sulla situazione in Brasile. Troppo pochi tamponi somministrati; équipe mediche insufficienti, e decimate dal virus — secondo il rapporto muoiono circa cento infermieri al mese — e zone vulnerabili, come l’Amazzonia, in gravissima difficoltà.


 
Proprio gli stati del «polmone verde» del pianeta sono i più colpiti dal virus. Non solo perché la deforestazione illegale — già causa degli incendi della scorsa estate — è aumentata ancora del 50% (fonte: le immagini satellitari dell’agenzia spaziale brasiliana) come quasi tutti i reati in queste settimane in cui la polizia funziona a ranghi ridotti. Ma anche perché «gli ospedali non sono attrezzati con sufficienti posti in terapia intensiva», spiega Silvia Dalla Tomasina, coordinatrice per le emergenze in America Latina di Msf. «Sono anni che nel cuore della foresta chiudono ospedali: solo i quattro di Manaus, capitale dello stato di Amazonas, sono attrezzati per curare i pazienti di Covid, e li si può raggiungere solo in uno o due giorni di barca sul Rio delle Amazzoni». Nel rapporto si legge che a Tefé, per esempio, comune nel cuore dello stato di Amazonas, il 100% dei ricoverati per Covid ha perso la vita. I nativi sono tra le comunità più colpite: di ieri è la notizia che il Covid-19 si è portato via anche uno dei loro leader storici, il «cachique» Paulinho Paiakan, 65 anni, «padre, leader e guerriero» dell’Articulacao dos Povos Indígenas do Brasil.

«Il virus è arrivato in Brasile nelle grandi città, presumibilmente da brasiliani ricchi che avevano viaggiato», spiega Dalla Tomasina. «Ma è nelle persone ai margini che è scoppiato il contagio». Il rapporto indica i gruppi più colpiti: senzatetto, tossicodipendenti, abitanti delle favelas di di Rio de Janeiro e São Paulo. Spesso già malati di tubercolosi e Hiv. E il lavoro nero è diffusissimo: chi lo fa non ha potuto stare a casa». Le misure di confinamento in Brasile sono state gestite e decise dai governatori dei singoli stati «e il controllo non è stato capillare. Di qui il disastro». Gli ingredienti, spiega Dalla Tomasina, «c’erano già tutti: povertà, aree remote, lavoro nero». Le restrizioni applicate a singhiozzo, e quasi boicottate dal presidente negazionista che le ha definite «più dannose del virus» hanno fatto il resto.

 

tratto dal sito mondomissione,it  20 marzo 2020
Andrea Guerra
La denuncia del leader della comunità di Paraisopolis: «Quello che sta succedendo in Brasile sembra un piano disegnato a tavolino: lasciare che i poveri muoiano. Questo genera ulteriore disuguaglianza e il rischio di una guerra civile disastrosa». Una ferita che tocca da vicino anche i quartieri di San Paolo dove opera il Pime

 

Mentre il presidente Jair Bolsonaro minimizza, il coronavirus continua a diffondersi in tutto il Brasile. Cresce il numero dei contagiati e si registrano nuove morti. Una delle città più colpite è San Paolo, la metropoli più ricca e più grande di tutto il Continente sudamericano. Qui il prefetto ha dichiarato lo stato di emergenza, prevedendo la chiusura delle scuole come anche di strutture che operano nel comparto sociale, arrivando persino a prevedere la chiusura, fino al 30 aprile, di centri commerciali e palestre.

TRA GLI ULTIMI. Nelle ultime ore però è stato lanciato un nuovo allarme. È quello del leader della comunità dei cittadini di Paraisopolis, l’enorme favela paulistana che sorge nel cuore del ricco bairro di Morumbi, una delle baraccopoli più grandi di tutto il Brasile come di tutto il mondo (con i suoi 100mila abitanti, secondo le stime più o meno ufficiali). Intervistato dalla Bbc Brasil, Gilson Rodrigues, presidente della União de Moradores e Comerciantes de Paraisópolis, ha raccontato come sarà difficile, se non impossibile, fermare l’avanzata del contagio nelle favelas del Paese dove la densità abitativa è altissima, dove mancano i servizi di base (spesso anche l’acqua per lavarsi) e dove il livello culturale e sociale è talmente basso che per alcuni è persino difficile capire che cosa stia accadendo. «Senza un piano specifico del Governo, dedicato agli oltre 13 milioni di abitanti delle baraccopoli di tutto il Paese, i più poveri correrranno il rischio maggiore e passeranno per i ‘cattivi’ di questa pandemia», ha detto alla Bcc il leader della comunità di Paraisopolis.

LE VERE VITTIME. «Come potranno isolarsi gli anziani se vivono in case con 10 persone in due stanze? L’isolamento è una cosa per stranieri, per ricchi. I poveri non hanno le condizioni concrete per farlo. Purtroppo nelle favelas ci saranno moltissime perdite», aggiunge. Una “strage”; senza paura di usare espressioni forti. «Purtroppo nelle favelas le persone non sono ancora del tutto coscienti del problema, della gravità della situazione», spiega ancora Gilson Rodriguez. «Fare la quarantena in favela, isolarsi, è una pratica impossibile. Dove le persone possono isolarsi? In quali condizioni? Questo vale a Paraisopolis come in tutte le altre comunità del Brasile. In breve ci sarà un numero altissimo di contagi nelle favela che diventeranno le grandi vittime di questo virus».



LA CRISI. Paraisopolis è sorta dentro i confini di Morumbi, il quartiere più ricco e residenziale di San Paolo. «Nessuno sta pensando al fatto che nelle grandi ville di Morumbi lavorano tutte le persone che vivono a Paraisopolis. E che quindi entrando in contatto con quelli che hanno viaggiato per il mondo, per questioni di lavoro, e sono entrati forse in contatto col virus. Molte di queste persone sono state licenziate, gli è stato detto di stare a casa, che saranno ricontattate dopo che sarà cessata l’emergenza. E cosa succederà? Che le persone che già erano senza impiego non avranno da mangiare; i bambini che mangiavano solo a scuola, ora che gli istituti sono chiusi, faranno letteralmente la fame. Perché se si chiude tutto, la gente della favela come vive? Come mangia? Questa calamità si porterà dietro una lunga coda di problemi sociali, con il rischio che il Paese passi per la maggior crisi della sua storia», spiega Gilson.

I POVERI. E ancora: «Com’è che si può dire alle persone di igienizzarsi e lavarsi? Devono usare l’alcol gel, ma qui non si guadagna abbastanza per poterselo permettere». In molte baraccopoli manca persino l’acqua: l’allacciamento alla rete idrica è uno dei servizi di base che moltissime favela non si possono permettere. E quindi anche la semplice azione di “lavarsi le mani” diventa praticamente e concretamente impossibile. «Quello che sta succedendo in Brasile sembra un piano disegnato a tavolino: lasciare che i poveri muoiano. Questo genera ulteriore disuguaglianza e il rischio di una guerra civile disastrosa».

IN PRIMA LINEA. I padri del Pime che prestano servizio nella grande San Paolo conoscono bene questa situazione. Le tre parrocchie del Pime che si trovano nella periferia Sud della città sono state costruite all’interno di favela o di quartieri estremamente poveri. In alcuni casi sono proprio le parrocchie del Pime che lavorano “in prima linea” nelle baraccopoli, come succede nel caso della parrocchia Nossa Senhora dos Anjos, che “gestisce” una cappella all’interno di un insediamento che si è recentemente creato e nel quale vivono circa 5mila persone (tra cui 1000 bambini sotto i 12 anni) in condizione di estrema povertà, senza servizi di base, senza assistenza, senza la possibilità di pensare al proprio futuro, schiacciati sui problemi del quotidiano. Un altro caso specifico è quello della Ong Conosco, legata al Pime per la sua storia e per i progetti Sad (sostegno a distanza). I nuclei della Conosco sono stati chiusi su ordine della Prefettura di San Paolo, così come le scuole: «I nostri servizi ospitavano bambini di aree talmente povere che il pranzo e la merenda offerta da noi era l’unico pasto giornaliero, insieme a quello della scuola. Ora ci sono centinaia e centinaia di famiglie che sono senza cibo, senza giri di parole», racconta Paula Hinkeldei, che gestisce la Ong. Paula, insieme ad altre associazioni del comparto sociale, hanno fatto richiesta alla Prefettura di prevedere lo stanziamento dei fondi per le refezioni anche con i centri chiusi, in modo da poter prevedere la consegna alle famiglie dei cosiddetti “cestini di base”.

 

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