1/5/2013 EKONOGLOBAL
Bangladesh- Strage nel boom del tessile

 A Dacca il 24 aprile un palazzo di otto piani è crollato e sono morti almeno 381 operai. Lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza e producevano capi per conto di multinazionali tra cui anche l'azienda di Treviso e di altre aziende

Una camicia di colore scuro, sporca di polvere, fotografata tra le macerie. Sul tessuto, l’etichetta verde acceso, inconfondibile: “United Colors of Benetton“, recita la scritta. Dalle macerie del Rana Plaza, il palazzo di otto piani alla periferia di Dacca, in Bangladesh, che lo scorso mercoledì si è sbriciolato uccidendo almeno 381 operai, cominciano ad affiorare le prime verità. Le fabbriche tessili che avevano sede nel palazzo, e i cui dipendenti lavoravano in assenza delle più elementari condizioni di sicurezza, producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali, tra cui a quanto pare Benetton. L’azienda veneta aveva in un primo primo momento negato legami con i laboratori venuti giù nel crollo, ma lunedì, dopo la pubblicazione delle foto, su Twitter è arrivata una prima ammissione: “Il Gruppo Benetton intende chiarire che nessuna delle società coinvolte è fornitrice di Benetton Group o uno qualsiasi dei suoi marchi. Oltre a ciò, un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori“. La polvere è ancora sospesa nell’aria, le grida risuonano strazianti, i soccorritori cominciano ad arrivare. Fin dai primi istanti successivi alla tragedia, gli attivisti accorsi a Savar, il sobborgo a 25 km a nord est di Dacca dove sorgeva il palazzo, parlano di capi di abbigliamento prodotti per grandi marchi occidentali rinvenuti tra le macerie ancora fumanti. Tra questi anche articoli firmati dall’azienda di Ponzano Veneto. Che prontamente smentiva: “Riguardo alle tragiche notizie che provengono dal Bangladesh – si legge in una nota diramata il 24 aprile – Benetton Group si trova costretta a precisare che (…) i laboratori coinvolti nel crollo del palazzo di Dacca non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton”.Le foto, però, raccontano un’altra verità: scattate e pubblicate dall’Associated Press, ritraggono una camicia di colore scuro griffata Benetton tra i calcinacci, accanto a quello che pare la commessa di un ordine. Non solo: l’agenzia France Press fa sapere di aver ricevuto dalla Federazione operai tessili del Bangladesh documenti contenenti un ordine da circa 30mila pezzi fatto nel settembre 2012 da Benetton alla New Wave Bottoms Ltd, una delle manifatture ingoiate dal crollo. La dicitura “Benetton” appariva anche sul sito internet dell’azienda, all’indirizzo www.newwavebd.com, ma fin dalle ore successive al crollo la pagina non è più accessibile e in rete ne resta solo una copia cache. “Main buyers” (Clienti principali), si legge in alto a sinistra; più in basso, sotto la dicitura “Camicie uomo-donna”, l’elenco degli acquirenti: tra questi, numero 16 della lista, figura “Benetton Asia Pacific Ltd, Honk Kong“. Nell’elenco altre tre aziende italiane: la Itd Srl, la Pellegrini Aec Srl e la De Blasio Spa, ma non è chiaro se al momento dell’incidente vi fossero ancora rapporti di lavoro in corso. La Pellegrini, anzi, specifica che le ultime commesse con la ditta bengalese risalivano al 2010. Un’altra ditta, Essenza Spa, che produce il marchio Yes-Zee, ha confermato di essersi rifornita al Rana Plaza. Ammissioni sono quasi subito arrivate anche dall’inglese Primark, dalla spagnola Mango (che ha confermato di aver ordinato merce per 25 mila pezzi), mentre France Presse ha rinvenuto indumenti griffati dall’americana Cato. La lista però è molto più lunga: la Clean Clothes Campaign, ong con sede ad Amsterdam, ha fatto sapere che la britannica Bon Marche, la spagnola El Corte Ingles e la canadese Joe Fresh hanno tutte confermato di essere clienti delle manifatture crollate. Un’altra società, l’olandese C&A, ha spiegato a France Press di non avere più rapporti con il Rana Plaza dall’ottobre 2011. L’ultima ad ammettere legami commerciali con il Rana Plaza è stata Benetton, che tuttavia assicura: “Un programma di verifiche a campione controlla in modo continuativo tutta la nostra catena di fornitura globale, per assicurare che tutti i fornitori diretti e indiretti lavorino in conformità con i nostri standard in tema di diritti, lavoro e rispetto ambientale”.Bassi costi di produzione e pochi obblighi da rispettare: comprare in Bangladesh conviene. In un paese in cui l’industria tessile impiega circa 3 milioni di persone, in prevalenza donne, e crea ricchezza quasi esclusivamente per le multinazionali che comprano a prezzi stracciati i suoi prodotti, lo stipendio medio di un operaio si aggira sui 410 dollari l’anno. Ma le fabbriche della morte non si fermano mai. Secondo una stima dell’International Labor Rights Forum, oltre mille operai tessili hanno perso la vita in Bangladesh dal 2005 in incidenti causati dalle scarse condizioni di sicurezza dei laboratori. L’ultimo episodio a novembre, quando 112 persone morirono nel rogo della Tazreen Fashion Limited, a Dacca. Anche quella fabbrica riforniva aziende italiane.
Il giorno dopo, la tragedia si trasforma in rabbia. Esplode in protesta. Nella capitale del Bangladesh, attraversata dal dramma del crollo di un palazzo che sembra un terremoto e che ha ucciso almeno duecento persone, le strade si riempiono di gente che una giornata di lutto nazionale non riesce a tenere a casa. Sono alcune migliaia di lavoratori del tessile che testimoniano la rabbia per i colleghi periti nel crollo. Le parole d'ordine sono infuocate, riferisce il corrispondente di Al Jazeera: «Vogliamo la pena di morte per i proprietari delle fabbriche». Situazione tesa. A poco serve la notizia che, nel tardo pomeriggio di ieri, fa salire il bilancio di chi è sopravvissuto al crollo di mercoledi: quaranta persone vengono trovate ancora vive in una bolla d'aria e di spazio tra pareti di cemento armato. La rabbia esplode contro il palazzo del Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association ma fortunatamente la protesta non genera altre vittime in un Paese dove la piazza si trasforma spesso in un cimitero. Il cimitero però questa volta è stato il palazzo Rana Plaza nel distretto periferico di Savar. È praticamente imploso e si è accartocciato spezzandosi in mille pezzi. Una storia molto asiatica ma che in realtà ci riguarda da vicino. Quella gente lavorava anche per noi europei. Anche per società italiane. Il crollo del palazzo avviene il 24 aprile anche se il giorno precedente ci sono segnali preoccupanti nel grande alveare che ospita, come altrove in città, fabbrichette tessili dove, stipata in stanzucce, si guadagna il pane una forza lavoro sottopagata e, come si vede, assai poco tutelata. Almeno duemila persone si trovavano nell'edifico alla periferia della capitale al momento del crollo. Molti tra loro, vedendo una serie di crepe preoccupanti appena prodottesi nel grande edificio, avevano esitato a entrarvi. Poi i proprietari delle fabbriche avevano dato garanzie. Ma il palazzo è crollato e centinaia di persone sono rimaste intrappolate. Almeno mille sono rimaste ferite. Non si sa in quanti ancora si potranno salvare, quanti esattamente sotto le macerie. La stima di duecento trenta vittime potrebbe essere per difetto. Il governo realizza che la rabbia va ben otre la tragedia in sé. Sotto accusa c'è un sistema di produzione e il motivo per cui delocalizzare fa fare profitti. Nessun operaio svedese, italiano, americano avrebbe messo piede in un palazzo con crepe vistose apertesi appena il giorno prima.  In Bangladesh invece non è così. Il ministro degli Interni Muhiuddin Khan Alamgir, dice adesso che l'edifico violava le norme di costruzione e che i responsabili saranno punti. E la polizia di Dacca e la Capital Development Authority, l'autorità governativa di gestione della capitale, hanno aperto due inchieste separate. La stalla chiusa quando i buoi sono scappati. Appena qualche mese fa oltre cento persone erano state uccise da un incendio scoppiato in una fabbrica di indumenti. Il prezzo del boom tessile nel Paese asiatico. I responsabili sono comunque facili da trovare. Morali e materiali. C'è chi ha costruito il palazzo e chi ha affittato o venduto i locali del Rana Plaza. E, ancora, ci sono i nomi delle fabbriche, tra queste la New Wave Bottoms/Bangladesh. Un nome dietro cui stanno i committenti delle tessiture, cuciture, imbastiture. Sul suo sito la Nwbd sostiene ad esempio di lavorare per marchi famosi, dall'Italia (almeno quattro tra cui Benetton) alla Spagna, dalla Gran Bretagna agli Stati uniti. Ma adesso il sito è chiuso. Collassato anche lui. Resta la «copia cache», come un cumulo di macerie.
Si teme siano ancora centinaia i corpi sotto le macerie e le persone intrappolate. Ieri in cinquanta sono stati individuati ancora vivi in quel che resta del terzo piano: i soccorritori hanno scavato un tunnel per trarli in salvo. Nelle strade della capitale, intanto, sono continuate le proteste, anche violente: migliaia di operai tessili sono scesi in piazza per chiedere che vengano puniti i responsabili (alla vigilia del crollo le autorità avevano ordinato l'evacuazione dell'edificio, sulle cui pareti erano visibili ampie crepe, ma il giorno dopo le fabbriche avevano ordinato agli operai di presentarsi al lavoro). Cis ono stati scontri con la polizia - che ha sparato lacrimogeni e proiettoili di gomma -, auto devastate e assalti a diverse fabbriche del settore, che sono state costrette a chiudere. Bloccata anche l'autostrada a nord di Dacca. Due aziende sono state date alle fiamme a Gazipur, vicino al polo industriale di Savar dove è avvenuta la tragedia. Tra i manifestanti si registrano feriti e arresti.  Intanto al Rana Plaza da mercoledì sono state tratte in salvo più di 2.300 persone. In larga maggioranza, come le vittime, si tratta di operaie e operai, spesso minorenni, costretti a turni massacranti per circa 28 euro al mese. Le fabbriche low-cost ospitate nel palazzo producevano anche per noti marchi americani ed europei (tra le italiane è stato fatto il nome di Benetton, ma l'azienda smentisce).  Secondo Terre des Hommes Italia, che dal 1996 lavora in Bangladesh contro gli abusi sui bambini, la tragedia riporta drammaticamente all`attenzione del mondo la piaga del lavoro minorile. Human Rights Watch denuncia la mancanza di controlli da parte del governo e l'assenza di sindacati che fa sì che tragedie di questo genere si ripetano.
Si continua a scavare sotto le macerie del palazzo che ospitava diverse aziende tessili a Dacca. Finora sono state estratti circa 350 corpi senza vita, ma sono ancora quasi 800 i dispersi. Oltre 1.400 le persone tratte in salvo, una donna ha partorito mentre i soccorritori lavoravano per raggiungerla. Nelle strade anche ieri è andata in scena la rabbia degli operai che chiedono giustizia. Le fabbriche del settore sono rimaste chiuse. Otto persone - ingegneri del comune, proprietari delle fabbriche tessili che si trovavano nell'edificio crollato e loro familiari - sono state arrestate. Il giorno prima del crollo le autorità avevano ordinato l'evacuazione, ma i dirigenti avevano obbligato i lavoratori a recarsi in fabbrica.
Le macerie del Rana Plaza restituiscono T-shirt col marchio e ordini. «Abiti puliti» chiede spiegazioni. C'è un filo di imbarazzo forse negli uffici della Benetton. Un filo, è il caso di dirlo, molto simile a quello che si intesse sui telai che fabbricano magliette e che dal trevigiano arriva sino alla tragedia di Dhaka. Nonostante proprio qualche giorno fa l'azienda italiana, presente come gruppo in 120 Paesi con oltre 5.500 negozi, avesse preso le distanze dalle fabbriche bangladeshi coinvolte nel crollo del Rana Plaza sostenendo che «i laboratori coinvolti non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton», adesso spuntano fotografie e documenti, persino magliette etichettate United Colors of Benetton. Le t-shirt, fotografate sul luogo del disastro dall'Associated Press potrebbero forse riferirsi anche a un caso di contraffazione ma l'ordine di acquisto alla New Wave, una delle aziende coinvolte nel crollo e sul cui sito la Benetton Asia Pacific appariva come uno dei quattro clienti italiani (gli altri sono Itd, Pellegrini, De Blasio), è un documento imbarazzante. L'ordine che da ieri appare sul sito della «Campagna Abiti Puliti», un network che coinvolge in Italia una decina di soggetti e nel mondo (Clean Clothes Campaign) centinaia di associazioni, riporta - nel prestampato col logo della New Wave - tira in ballo Benetton come il Buyer con tanto di quantità, ricevute e numero d'ordine. Il nome ricorre più volte come quello della Benind Spa di Ponzano Veneto, società trevigiana di trasporto merci, o quello della Benetton Messico.  A questo punto una semplice presa di distanza non basta. Abiti puliti chiede spiegazioni. L'azienda per ora ribadisce che la New Wave non è tra i suoi clienti ma sta comunque cercando di accertare quanto accaduto.  «La gravità della situazione richiede un'assunzione di responsabilità da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali locali, che devono porre fine a tragedie come questa, l'ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale», dice Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna. «Aziende come Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono». Se a Benetton tocca chiarire se quell'ordine risponde al vero e se le etichette sono sue (poco importa se ordinate da una sussidiaria cinese o messicana) Lucchetti mette il dito nella piaga. Una piaga che si chiama delocalizzazione e che, dall'altra parte del mondo, va sotto il nome di «boom economico». Boom che in molti casi è di altro tipo. Quello del tessile in Bangladesh è degli anni Ottanta ma se nel 1985 totalizzava un miliardo di dollari nel 2012 è arrivato a venti, tre quarti dell'export. Il segreto sta in tre parole: lavoro a basso prezzo, sostegno fiscale alle aziende e porto franco per l'import di attrezzature. Forte di almeno 5mila società la potente Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association difende un settore chiave dell'economia che dà lavoro a quattro milioni di persone. Ma proprio la sua forza finisce col garantire una «cultura dell'impunità» come l'ha efficacemente definita Sabir Mustafa del Bengali Service della Bbc cui un ispettore del governo ha detto: «A mio avviso metà delle fabbriche tessili si trovano in luoghi che non sono sicuri». A questo punto, la convergenza di interessi - in Bangladesh per produrre di più, in Occidente per risparmiare - diventa una miscela esplosiva cui con difficoltà si riesce a far argine e dove i deboli sindacati locali possono contare solo sulla coscienza di campagne come «Abiti puliti» o «Labour Bhind the Label» (per la firma del Fire and Building Safety Agreement a garanzia della sicurezza sul lavoro). Le resistenze sono tante, a cominciare dal rischio di perdere il lavoro o le commesse che potrebbero dirigersi altrove. Ma la rabbia di piazza questa volta potrebbe portare a qualcosa come dimostra l'accelerazione impressa dalla giustizia locale. Un pezzo del lavoro però resta da fare qui, dove tessile e moda vanno a braccetto con delocalizzazione a basso costo lontano dagli occhi. Garantire sicurezza e diritti per altro renderebbe meno competitive le fabbriche asiatiche e forse ribalterebbe il corso di una globalizzazione strettamente legata all'assalto dei luoghi dove ancora si lavora senza far domande. Un riequilibrio che passa anche dal dramma di Dhaka in un pianeta dove i confini (dei diritti e dei doveri) si fanno sempre più porosi.
Preso il proprietario del palazzo, legato al partito di potere. La firma mancante delle «grandi firme». Il nuovo anno del calendario bengalese ha avuto inizio da una manciata di giorni, nel giorno di festa detto Poyla Boishakh. Siamo nel 1420, un anno inaugurato con la più grande tragedia "bianca" della storia del Bangladesh e con un'ondata di rammarico e indignazione. Il capodanno bengalese di Roma, celebrato con orgoglio e grandeur dalla comunità di immigrati bangladesi, è stato posticipato per rispettare silenziosamente le vittime e i parenti delle vittime a disgrazia che ha portato alla ribalta il Bangladesh sui media di tutto il mondo. Seppure, a giudicare dalle cause e dalle premesse degli eventi, parlare di «disgrazia» sarebbe un'offesa. Mercoledì 24 aprile, le immagini di un Bangladesh di cui si parla solo in momenti di crisi, catastrofi naturali e incidenti infernali, sono ricomparse sulle pagine dei mediA italiani mostrando la consueta faccia della medaglia. Eppure le grandi firme come Benetton e Piazza Italia hanno optato per l'outsourcing nei dintorni di Dacca già da tempo, attratte dalla manodopera più economica e abbondante del mondo. Mentre Benetton ha prontamente negato qualsivoglia legame con le fabbriche tessili dell'edificio Rana Plaza - vedi articolo di apertura -, crollato su se stesso come un castello di carte il 24 aprile, i soccorritori hanno aggiornato il numero delle vittime a 371. I superstiti e i feriti salvati dalle incessanti operazioni di soccorso sarebbero al momento 2440, ma potrebbero essere a centinaia gli operai - donne, per la maggior parte - ancora intrappolati fra le macerie. Il Rana Plaza ospitava di fatto un piccolo centro commerciale e cinque fabbriche di abbigliamento, per un totale di 3122 dipendenti. La fatiscenza del palazzo di otto piani (gli ultimi tre costruiti abusivamente) era stata sottolineata dal rapporto dell'ispezione che, considerata l'estensione delle crepe, dichiarava l'edificio non idoneo all'uso. Mentre alcuni negozi avrebbero colto il monito, i proprietari delle fabbriche di abbigliamento New Wave Buttons e New Wave Style avrebbero costretto gli operai a presentarsi comunque sul posto di lavoro e sono ora in arresto. Manifestanti e operai del settore tessile si sono riversati per le strade di Dhaka e Chittagong a migliaia. Con un'opinione pubblica già infervorata dagli ultimi mesi di instabilità politica, le proteste sono subito sfociate in violenza: oltre 150 veicoli danneggiati, numerose fabbriche tessili vandalizzate e incendiate, altre fabbriche chiuse e asserragliate per il timore di attacchi.  La polizia ha risposto con pallottole di gomma e lacrimogeni, mentre da parte della politica, per placare l'indignazione e promettere giustizia, il governo ha sollecitato l'immediato arresto di due ingegneri, presumibilmente coinvolti nell'edificazione del Rana Plaza, e dei due titolari delle fabbriche New Wave. I manifestanti hanno richiesto a gran voce la pena di morte per il proprietario dell'edificio, Mohammad Sohel Rana, catturato ieri dalle forze dell'ordine dopo una vera e propria caccia all'uomo (sua moglie è stata tenuta in fermo dalla polizia già a partire da sabato per calmare le acque e mettere il latitante sotto pressione). Rana si sarebbe di fatto dileguato subito dopo il crollo. Avrebbe tentato di fuggire in India, coadiuvato dai contatti dell'Awami League, il partito di maggioranza del governo bangladese di cui Rana fa parte in qualità di piccolo leader locale.  La casuale associazione del proprietario del Rana Plaza con il partito al governo ha resuscitato violenze e malumori che continuano ad abitare la coscienza politica di un Bangladesh socialmente diviso dai postumi del movimento di piazza Shahbagh, rassegnato alla corruzione e all'inettitudine politica a partire dall'Indipendenza del 1971, impotente e disilluso dinnanzi al solito succedersi di leadership pericolanti, sia da parte della stagnante intellighenzia dell'Awami League, cristallizzata nella retorica nazionalista anti-pakistana, sia dal versante dell'opposizione di centro-destra, capeggiata dal Bangladesh National Party (Bnp) e alleata del partito fondamentalista Jamaat-e-Islami. La manipolazione politica del genocidio bianco del Rana Plaza ha nuovamente aizzato le fiamme del conflitto delle parti sociali portando alle dichiarazioni più scriteriate. Su blog e quotidiani in lingua bengali, il presidente della Lega Popolare di Contadini e Lavoratori Kader Siddiqui insinuava, fino a pochi giorni fa, che il proprietario dell'edificio fosse stato scortato al di là del confine dai membri del partito al governo, prima che questo ne ordinasse pubblicamente la cattura. Giocando al rimbalzo, il Ministro degli interni ha accusato il Bangladesh National Party di aver manomesso i pilastri portanti dell'edificio causandone intenzionalmente il crollo. Il Bnp ha puntato il dito contro i membri dell'Awami League, che avrebbero premeditato il crollo per impedire lo svolgimento dello sciopero indetto nello stesso giorno da Bnp e Jamaat-e-Islami. I blog più maliziosi hanno pubblicato foto del fuggiasco Sohel Rana in atteggiamenti estremamente intimi con un deputato dell'Awami che negava invece di conoscere il ricercato. I gruppi politici sono concordi nel condannare la tragedia e ad attribuirne la responsabilità non tanto alle lotte individuali di potere, quanto alla generale negligenza amministrativa, all'indifferenza del capitalismo, all'incapacità di ascoltare le richieste dei sindacati e delle associazioni per i diritti umani, come Clean Cloth Campaign e Labour Behind the Label, che dal 2005 insistono - con scarso successo - perché le grandi firme, da Primark a Benetton, da Walmart a Mango, firmino l'accordo per il rispetto delle norme di sicurezza. Dopo la recente strage della fabbrica tessile Tazreen, distrutta da un incendio che costò 117 vittime nel novembre 2012, Solidarity Center informa che «oltre due dozzine» di fabbriche tessili sono state colpite da incendi. Non abbastanza, evidentemente, per trasformare il lutto in agenda del giorno e portare in posizione di pressante priorità il tema della sicurezza e dei diritti degli operai del tessile, un settore la cui portata è raddoppiata in soli cinque anni. L'abbigliamento «made in Bangladesh» rappresenta il 75% delle esportazioni e procura oltre il 17% del suo prodotto interno lordo.  La paga minima degli operai (intorno ai 38 dollari al mese) mantiene il Bangladesh in posizione competitiva rispetto alle crescenti retribuzioni in Cina e Vietnam, secondo la rivista commerciale Sourcing Journal.  È fondamentale che dall'interno del Paese vengano dati segni di riforma e di garanzie minime, prima che le grandi marche ritirino, imbarazzate, i loro capitali, con gravi conseguenze su un'economia già vacillante.
 
tratto da ilfattoquotidiano.it e ilmanifesto.it
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