30/10/2012 GUERRA INFINITA
VIA LIBERA A 90 F35, COSTERANNO 10 MILIARDI DI EURO....DECOLLA LA POLEMICA.

 

La crisi pesa sui soliti noti che devono rinunciare a pensioni, ammortizzatori sociali, diritti sul lavoro. I soldi per "il militare" invece ci sono e non c'è crisi economica che tenga. Un affare per i privati uno spreco per le casse pubbliche, Monti ha solo ridotto il numero dei caccia da acquistare da 131 a 90. Un bello sforzo
Monti, con sostegno bipartisan, si è limitato a ridurre da 131 a 90 il numero dei caccia da acquistare
La crisi economica, ha documentato il Censis, ha colpito in Italia soprattutto i giovani, un milione dei quali ha perso il lavoro negli ultimi tre anni. Tranquilli, perché al loro futuro ci pensa la Lockheed Martin: «Proteggere le generazioni di domani - assicura nella sua pubblicità - significa impegnarsi per la quinta generazione di oggi». Si riferisce all'F-35 Lightning II, «l'unico velivolo di quinta generazione in grado di garantire la sicurezza delle nuove generazioni».
Sono stati dunque lungimiranti i governi che hanno deciso di far partecipare l'Italia alla realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d'intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D'Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l'acquisto di 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi. L'Italia partecipa al programma dell'F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell'F-35. Presso l'aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l'Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l'F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l'acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.
Spesa militare: 25 miliardi
Per partecipare al programma, l'Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l'acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l'aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d'arma, l'F-35 verrà a costare più del previsto.
Il prezzo dei primi caccia prodotti - documenta la Corte dei conti Usa - è risultato quasi il doppio rispetto a quello preventivato. Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto. Perfino il senatore John McCain, noto «falco», ha definito «vergognoso» il fatto che il prezzo dei primi 28 aerei sfori di 800 milioni di dollari quello preventivato. Nessuno sa con esattezza quanto verrà a costare l'F-35. La Lockheed aveva parlato di un prezzo medio di 65 milioni per aereo, al valore del dollaro 2010, ma poi è stato chiarito che il prezzo non comprendeva il motore né i costosissimi sistemi elettronici e all'infrarosso.
L'Italia si è dunque impegnata ad acquistare 90 caccia F-35 senza sapere quale sarà il prezzo finale. Anche perché differisce a seconda delle varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L'Italia ne acquisterà circa 50 della prima variante e circa 40 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. E, una volta acquistati, dovrà pagare altri miliardi per ammodernarli con i sistemi che la Lockheed produrrà. Un pozzo senza fondo, che inghiottirà altro denaro pubblico, facendo crescere la spesa militare, già salita a 25 miliardi annui.
Arma per la guerra d'attacco
Non ci si poteva illudere che il governo Monti cambiasse rotta, sganciando l'Italia da questo costosissimo programma: si è limitato solo a ridurre il numero dei caccia da acquistare.
Il Ministro della difesa afferma:«C'è nell'aria un furore ideologico contro le Forze Armate che non mi spiego. La sicurezza è un bene condiviso la cui responsabilità è di tutti. Un Paese come l'Italia non può sottrarsi a questo dovere. Le Forze Armate possono essere più piccole ma non meno efficienti. Altrimenti si fa prima a chiuderle». È quanto afferma al Corriere della Sera il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, che - circa il programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35, spiega : «tuteliamo investimenti e 10 mila posti».
«Veniamo da un taglio da 1,5 miliardi nella precedente legge di stabilità. Siamo l'unica amministrazione che ha avuto un'attenzione così marcata», sostiene il ministro. «Nel triennio 2013-2015 - prosegue - dovremo fare a meno di 18 mila unità militari. A questo va ad aggiungersi il taglio di 3 mila civili su 30 mila. Non si possono fare maggiori tagli - ribadisce Di Paola - perchè non avremmo più la capacità operativa per svolgere il nostro compito». Sui tagli alla dirigenza richiesti dalla spending review poi, il ministro della Difesa afferma: «Anche qui si è chiesta la testa dei re, degli 'alti papaverì, c'è questo spirito ghigliottinesco».
Sui cacciabombardieri F-35, il ministro ricorda: «Lo ho già ridotti da 131 a 90. Ora, io dico - osserva -, le Forze Armate si chiamano così perchè dispongono di armamento per svolgere il proprio compito. E il nostro, come Paese della Nato, è quello di essere corresponsabile delle risposte che la comunità internazionale dà alle crisi». Il ministro della Difesa interviene anche su Finmeccanica: «Non è un giocattolo - sottolinea -. Sta andando incontro con tutto il settore a una ristrutturazione: lasciamo lavorare i vertici».
 
«Costi molto più alti; il ministro si sottrae al confronto», questa la replica, infine, della Rete italiana per il disarmo. «Le cifre che il ministro Di Paola continua a fornire su costi ed impatto del programma F-35 sono palesemente errate e contraddicono i documenti ufficiali statunitensi. I costi di acquisto (130 milioni di euro ad esemplare) sono molto più alti di quelli riferiti dai funzionari della Difesa, senza contare l'impatto del mantenimento successivo all'acquisto», dichiara Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo commentando l'intervista rilasciata al Corriere della Sera da Giampaolo Di Paola. «Il Ministro - aggiunge Vignarca - continua a parlare solo a mezzo stampa, ma non accetta un confronto vero sugli F-35». Secondo il ministro, abbandonare il progetto significherebbe mettere «a rischio 10 mila posti di lavoro» e «ammazzare il futuro tecnologico di Finmeccanica». Per la Rete italiana per il disarmo, però, non è così. «È la stessa Finmeccanica - spiega la Rete disarmo -, in audizione alla Camera, a parlare di 2.500 posti di lavori complessivi nel momento di picco di produzione, avvertendo che sono numeri da ridurre ulteriormente poichè secondo le nuove ipotesi del ministero i caccia previsti dall'Italia sono minori ai 100 velivoli promessi agli Stati uniti».
 
Secondo la Rete italiana per il disarmo, inoltre, dal ministro della Difesa non sono arrivati ad oggi dettagli sui costi-benefici dell'operazione. «Forse perchè - spiega Vignarca - dieci anni fa ha firmato lui l'accordo per la fase di sviluppo del programma venendo definito dagli americani 'il migliore amico dell' F-35'?». Sulla questione dei fondi da impiegare per l'acquisto dei caccia, al Corriere della Sera il ministro ha dichiarato che «non esiste uno stanziamento di 15 miliardi». Per Vignarca, però, «anche se i fondi non sono ancora stanziati, lo saranno nei prossimi anni in caso di conferma degli ordini di acquisto per cui si tratta di soldi veri che realmente saranno sottratti ad altre necessità come la sanità e i welfare». La Rete italiana per il disarmo replica anche alla battuta del ministro quando chiede il perchè di tanto clamore sugli F-35 e non sul programma Eurofighter. «Fare riferimento al programma Eurofighter è improprio: se è vero che anche in quel caso i costi sono stati altissimi per un aereo militare, stiamo parlando di 'acqua passatà perchè i fondi sono stati già tutti spesi (riducendo anche di una tranche) mentre per il caccia F-35 si tratta del futuro del nostro Paese. Senza dimenticare che anche militarmente e tecnologicamente ci sarebbe per l'Italia un'ulteriore sudditanza verso gli Usa mentre altri progetti sono di respiro europeo».
L'ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è infatti il maggiore sostenitore dell'F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d'intesa che impegnava l'Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello. E l'F-35 Lightning (Fulmine) - che, assicura la Lockeed, «come un fulmine colpisce il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» - è il sistema d'arma ideale per la strategia enunciata da Di Paola quando era capo di stato maggiore della difesa: trasformare le forze armate in uno «strumento proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary» coerente col «livello di ambizione nazionale». Che l'F-35 garantirà insieme alla «sicurezza delle nuove generazioni».
 
tratto da ilmanifesto.it e Famiglia Cristiana.
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