15/4/2012 EKONOGLOBAL
CINA: Apple ammette sfruttamento operai in Cina e violazione diritti umani nelle fabbriche dei suoi fornitori.

APPLE AMMETTE SFRUTTAMENTO OPERAI E VIOLAZIONE DIRITTI UMANI IN CINA

La lista di Apple. Per la prima volta l’azienda californiana ha reso pubblico l’elenco dei suoi fornitori di oltre 150 aziende: lavoro minorile, sfruttamento e test di gravidanza sulle dipendenti. Il 38 per cento delle aziende in Cina supera le sessanta ore di lavoro settimanale. I suicidi degli operai Foxconn, con le reti e i casi di sfruttamento nascosti, hanno portato Apple a pubblicare un documento di responsabilità sociale.

L’azienda fondata da Steve Jobs, ammette quello che sta accadendo dove vengono prodotti Ipad, Iphone, MacBook e gli altri prodotti della “Mela”. ”Vorrei eliminare totalmente ogni caso di lavoro minorile”, ha dichiarato il Ceo di Apple Tim Cook, La stessa Apple, infatti, ammette nel suo report che “andando in profondità nella filiera dell’indotto, abbiamo scoperto che il metodo di verifica dell’età non è abbastanza sofisticato”. Nonostante i difetti del sistema, sono emersi 13 stabilimenti dove si faceva ricorso al lavoro minorile.

 

Scrive Davide Orecchio, su Rassegna.it:

Superlavoro: in 93 fabbriche oltre il 50 per cento dei lavoratori ha superato il limite settimanale di 60 ore per almeno una settimana sulle 12 monitorate. Gli operai hanno lavorato per più di sei giorni consecutivi almeno una volta al mese e 37 strutture erano prive di un sistema di controllo del lavoro adeguato. Inoltre 18 fabbriche chiedevano analisi per l’epatite B al momento dell’assunzione e oltre 50 erano prive di norme che vietassero l’uso di analisi mediche come discrimine per assumere.

Salari bassi sono stati riscontrati in 42 stabilimenti (e anche pagamenti ritardati e assenza di buste paga). In 108 fabbriche non pagavano correttamente gli straordinari e i giorni festivi. In 67 fabbriche Apple ha scoperto trattenute sullo stipendio come misura disciplinare. E 108 strutture non hanno pagato gli straordinari. C’è poi il problema dei migranti (da Filippine, Vietnam, Thailandia, Indonesia) forniti alle fabbriche da agenzie di reclutamento che taglieggiano gli stessi operai intascando mesi e mesi di stipendio.



Il problema di multinazionali che vengono percepite come “meno aziendali”, più “cool” ed eticamente – quasi spiritualmente – migliori delle altre riguarda molte compagnie associate a Internet in modo tanto stretto da essere identificate con la rete stessa. Un altro caso da manuale è Apple.

iPhone, iPad, youDie


L’anno scorso ha fatto scalpore – prima di essere sepolta da cumuli di sabbia e silenzio – un’ondata di suicidi tra gli operai della Foxconn, multinazionale cinese nelle cui fabbriche si assemblano iPad, iPhone e iPod.
In realtà le morti erano iniziate prima, nel 2007, e sono proseguite in seguito (l’ultimo suicidio accertato è del maggio scorso; un altro operaio è morto a luglio in circostanze sospette). A essersi uccisa, nel complesso, è una ventina di dipendenti. Indagini di vario genere hanno indicato tra le probabili cause tempi infernali di lavoro, mancanza di relazioni umane dentro la fabbrica e pressioni psicologiche da parte del management.
A volte si è andati ben oltre le pressioni psicologiche: il 16 luglio 2009, un dipendente 25enne di nome Sun Danyong si è gettato nel vuoto dopo aver subito un pestaggio da parte di una squadraccia dell’azienda. Sun era sospettato di aver rubato e/o smarrito un prototipo di iPhone.
Che soluzioni ha adottato la Foxconn per prevenire queste tragedie? Beh, ad esempio, ha installato delle “reti anti-suicidio”.

Questi dietro-le-quinte del mondo Apple non ricevono molta attenzione, a paragone dei bollettini medici di Steve Jobs o di pseudo-eventi come l’inaugurazione, nella centralissima via Rizzoli di Bologna, del più grande Apple Store italiano (kermesse doverosamente smitizzata dal sempre ottimoMazzetta). In quella circostanza, diverse persone hanno trascorso la notte in strada in attesa di entrare nel tempio. Costoro non sanno niente del connubio di lavoro e morte che sta a monte del marchio che venerano. Nel capitalismo, mettere la maggiore distanza possibile tra “monte” e “valle” è l’operazione ideologica per eccellenza.

Nonostante profitti miliardari e generose lodi per le sue capacità di innovazione tecnologica, Apple è sempre più criticata per la sua politica per quanto riguarda la tutela dei lavoratori e la responsabilità ambientale. Un articolo di Elfion Rees su questa azienda non inappuntabile

Sempre più sottile, più leggero, più veloce… Il nuovo iPad 2 è l’ultimo di una lunga lista di apparecchi touch-screen prodotti da questo gigante dell’informatica.
Arriva sul mercato solo dodici dopo il primo iPad e dopo l’iPhone di quarta generazione. Dal lancio del primo iPhone nel 2007, gli smartphone e i minicomputer della Apple si sono massicciamente imposti sui mercati mondiali. Ma da qualche anno si sono moltiplicate anche le critiche alla Apple per la sua politica poco rispettosa tanto dei lavoratori quanto dell’ambiente: uso di sostanze chimiche tossiche, scarsa trasparenza nelle forniture e totale indifferenza all’ecologia.

Contrariamente a ciò che fanno altre compagnie del ramo, Apple si rifiuta di formulare scadenze per limitare l’emissione di gas a effetto serra e di pubblicare i cosiddetti CSR, i rapporti di responsabilità sociale dell’azienda. Alle critiche ha risposto solo in parte e tardivamente, mentre da un pioniere del settore ci si aspetterebbe ben altro comportamento per quanto riguarda l’impatto sociale e ambientale dei suoi prodotti.

Enormi profitti

Nel mondo ci sono oggi oltre 41 milioni di iPhone, iPad e iPod Touch; queste vendite hanno fatto di Apple l’impresa tecnologica di maggior valore sul mercato planetario. Solo quattro anni or sono il sistema operativo sui cui si basano gli i-device semplicemente non esisteva; oggi rappresenta il 40% dei suoi introiti. L’azienda ha registrato, solo nel quarto trimestre 2010, profitti per 6 miliardi di dollari.
Ma questo spettacolare risultato si fonda sulla costante creazione di nuovi prodotti con migliori prestazioni, il che provoca una certa frustrazione fra ambientalisti e consumatori.
“Apple ha un ritmo eccezionalmente rapido di uscita di nuovi prodotti, gadget che inghiottono enormi risorse sia per produrli che per usarli – dice Tom Dowdall, di Greenpeace – e i consumatori vedono i loro acquisti superati in un solo anno. Questo sistema, ormai tipico del mercato dell’elettronica, è insostenibile. Apple cerca di battere la concorrenza accelerando ancora i ritmi e di certo nessun'azienda può rispettare i criteri della sostenibilità ambientale quando la sua politica di vendite punta su consumi in costante crescita.”
Ma è certo che, con i prezzi delle azioni Apple saliti a 200 dollari l’una, gli azionisti non accetteranno alcun cambiamento nelle politiche di mercato. Anzi, nel febbraio dello scorso anno votarono per respingere ogni proposta volta a fornire un rapporto di sostenibilità ambientale e rifiutarono di creare un apposito comitato su questo tema.

I lavoratori cinesi intossicati

La Cina non è soltanto un immenso mercato potenziale (Apple progetta di aprirvi 25 grandi negozi nei prossimi due anni), ma è anche il luogo in cui si producono gran parte dei prodotti Apple e dei loro componenti. Un vero abisso separa le luci sfolgoranti di Pechino (dove il primo megastore fu aperto nel 2008) e le fabbriche in cui si producono iPad e iPhone. E la mancata trasaparenza dell’azienda sui propri fornitori non migliora la situazione.
Parecchi sono gli incidenti registrati e documentati negli ultimi anni. Decine di lavoratori in una fabbrica di Suzhou gestita dall’azienda taiwanese Wintek sono stati intossicati nel 2010 dal n-esano, una sostanza nociva usata per pulire alcuni componenti fra cui i notissimi touch-screen della Apple. Due operaie di una fabbrica presso Shangai hanno fatto mesi di ospedale dallo scorso ottobre dopo aver usato lo stesso n-esano per incollare e lucidare il logo della Apple sui laptop e sugli iPhone. Sempre in ottobre un rapporto dell’associazione "Students and Researchers against Corporate Misbehavior" (SACOM) segnalava casi di abusi e maltrattamento ai danni dei lavoratori nelle fabbriche cinesi della Foxconn Electronics, fornitrice della Apple. Una serie di dipendenti della Foxconn si sono suicidati nel 2010: in agosto erano già 14.
Secondo i portavoce dell’azienda, “controlli sistematici sono stati condotti fin dal 2006 sui comportamenti seguiti dai fornitori”, ma siccome i nomi di questi ultimi sono tenuti segreti è praticamente impossibile verificare.

Apple, la marca dello sfruttamento

Nel gennaio di quest’anno, l’Institute of Environmental and Public Affaire, una ONG con sede a Pechino, ha pubblicato un rapporto riguardante 29 multinazionali della tecnologia attive in Cina. Le trentasei ONG che hanno contribuito alla ricerca chiamata “L’altra faccia di Apple” l’hanno classificata all’ultimo posto per quanto riguarda “la responsabilità e la trasparenza della Apple verso la salute umana e l’ambiente”. Dopo una lunga ricerca in merito a sette dei suoi fornitori, il rapporto definì Apple “una marca dello sfruttamento, che basa la produzione sui subappalti, senza protezione adeguata per i lavoratori”. Il direttore dell’Istituto, Ma Jun, aggiunse che Apple aveva rifiutato di cooperare alla ricerca sul dubbio comportamento dei suoi fornitori e accusò l’azienda di mettere al primo posto il prezzo e la qualità dei prodotti, a scapito del rispetto verso l’ambiente e di ogni senso di responsabilità sociale. Le aziende in subappalto, precisò, sono spinte a prestazioni estreme per riuscire a aggiudicarsi i contratti di fornitura. Inoltre Apple ha dimostrato una spaventosa indifferenza ad ogni comportamento responsabile verso le ONG, verso la comunità, perfino verso i lavoratori intossicati.”
Apple si è finalmente decisa a rispondere solo il mese scorso, pubblicando un rapporto sulle responsabilità dei suoi fornitori (Apple Supplier Responsibility: 2011 Progress Report), in cui si ammette che 137 operai hanno subito un’intossicazione da n-esano. Il rapporto segnala inoltre di aver scoperto 91 bambini lavoratori in 10 fabbriche dei suoi fornitori. L’anno precedente, in solo tre fabbriche, ne erano stati trovati undici.
Tom Dowdall, di Greenpeace International, riconosce che Apple ha fatto progressi, ma che molto resta da migliorare, ad esempio nel mantenere la promessa di eliminare l’uso di sostanze tossiche. Maggiori informazioni in proposito si possono trovare sul sito della Apple, nella sezione dedicata alle politiche ambientali. Resta la netta impressione che se Apple saprà mettersi al primo posto in questo campo, ciò sarà unicamente dovuto all’insistenza delle campagne lanciate dall’esterno: il suo direttore generale, Steve Jobs, aveva affermato che Apple aveva un programma ambientale già nel 2007, ma le sue parole erano giunte solo in risposta a una vigorosa campagna promossa da Greenpeace sotto il nome di "Green My Apple". Jobs sostenne allora che l’azienda preferiva annunciare risultati piuttosto che programmi d’azione.

Tutta colpa di Steve Jobs?

Nella sua prima Guida all’Elettronica Verde pubblicata nel 2006, Greenpeace aveva messo Apple agli ultimi posti fra le aziende del settore e aveva auspicato una campagna d’azione specificamente mirata alla Apple, per indurre questo leader delle vendite a diventare anche un leader nella protezione dell’ambiente. Invece, quando la nuova Guida fu pubblicata nel 2010, Apple era arretrata dal quinto al nono posto a causa del suo scarso impegno nel riciclo delle materie plastiche, nell’uso delle energie rinnovabili e nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Secondo Dowdall, un immediato miglioramento consisterebbe nell’adozione di un programma globale di riciclo, ricuperando e riusando i materiali provenienti dai suoi vecchi prodotti e facendo in modo che i servizi collegati al cloud computing siano alimentati da energie rinnovabili.

Gideon Middleton, docente di business e cambiamento climatico all’Università dell’East Anglia, dice che la riluttanza di Apple ad assumere serie responsabilità sociali e ambientali è dovuta a un solo uomo: il suo fondatore, Steve Jobs. “Perfino un’azienda come Wal-Mart si sforza di indurre i suoi fornitori e subappaltatori in Estremo Oriente a rispettare le regole in materia di cambiamento climatico e di responsabilità sociale. E’ assurdo che Apple non faccia lo stesso. Per spiegare questo atteggiamento da parte di un’azienda che per altri versi è encomiabile occorre esaminare i principi che animano i suoi dirigenti. Potremmo ipotizzare che ad opporsi a queste scelte sia lo stesso Steve Jobs. Sarà interessante vedere chi sostituirà Jobs alla testa dell’azienda se gli accadrà di dimettersi a causa delle sue cattive condizioni di salute, aggiunge Middleton . “Se il posto non andrà a una persona con un approccio più responsabile, etico e sensibile alle questioni ambientali, Apple continuerà a cedere alle pressioni finanziarie immediate che spingono a sfornare sempre più in fretta prodotti sempre nuovi. “

(Sul tema è stato richiesto un commento alla Apple che ha però rifiutato di rispondere a domande precise).

 

Tratto dai siti expost24.com, come donchisciotte.org

 

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