12/2009 GUERRA INFINITA
LA NUOVA GUERRA DEL GOLFO

15/12/2009
La nuova guerra del Golfo

 

 

I paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo affilano le armi contro l'Iran
"Sorry sir, ma la strada dell'aeroporto è chiusa". Il tragitto dallo scalo internazionale di Kuwait City fino al centro della capitale dello stato del Golfo è un'autentica impresa. La capitale del Kuwait è blindata: posti di blocco della polizia per le strade, cavalli di frisia e militari armati fino ai denti attorno agli obiettivi sensibili. Il motivo è che lunedì 14 dicembre è cominciata a Kuwait City la riunione dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) e, mai come quest'anno, l'agenda è fitta di questioni spinose.

La militarizzazione della città è collegata alla paura di possibili attentati contro gli sceicchi del petrolio. Il Consiglio è nato nel 1981 su iniziativa dell'Arabia Saudita, all'epoca portavoce degli interessi Usa nella regione energeticamente più strategica del pianeta. Ne fanno parte, oltre a Riad, l'Oman, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Qatar e il Bahrain. L'iniziativa, all'epoca, partì per calibrare le politiche nazionali rispetto sia alla produzione del petrolio (in un quadro più malleabile per Washington dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio - Opec) e alla ricaduta sociale dei proventi della vendita del greggio, creando un mercato comune. La politica, all'alba dell'organizzazione, stava fuori. Oggi come allora, invece, il tema della moneta unica tra i paesi membri resta all'ordine del giorno.
Come la politica, che ha assunto negli ultimi anni un peso preponderante nelle riunioni del Gcc.
I temi sono molti: la crisi economica di Dubai, la moneta unica e il ruolo regionale dell'Iran. Questa volta, infatti, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non è stato invitato, come accadde invece nel vertice Gcc del 2007, tenutosi a Doha, in Qatar.

Un ritorno all'antico. Il Gcc, infatti, nacque nel 1981 con scopi evidenti di contenimento della Rivoluzione Islamica in Iran guidata dall'imam Khomeini. L'internazionalismo sciita faceva paura a queste monarchie che, di fatto, rappresentano il cartello delle famiglie reali, divenute miliardarie grazie alla vendita del greggio. Monarchie sunnite, che si fanno vanto di essere i custodi della tradizione islamica più pura. Khomeini poteva rappresentare una fascinazione per tutti quegli sciiti, che in Bahrain sono addirittura la maggioranza della popolazione, che vengono trattati come cittadini di seconda serie. Inoltre la censura del'arricchimento personale di queste famiglie reali e del loro stile di vita eccentrico da parte del clero sciita non era certo ben vista dagli sceicchi del petrolio. Oggi la situazione è tornata più o meno la stessa, in quanto a Riad e altrove nel Golfo (che per tutti questi paesi è Arabico, mentre per Teheran è Persico) temono che Ahmadinejad abbia risvegliato quell'internazionalismo della rivoluzione iraniana sopito dal governo dei conservatori pragmatici di Rafsanjani prima e dei riformisti di Khatami poi in Iran.

Il banco di prova più evidente, secondo i governi del Gcc, è la rivolta degli sciiti in Yemen, che ormai vede da mesi l'esercito yemenita impegnato in una guerra senza quartiere contro i miliziani al confine con l'Arabia Saudita. Confine spesso violato, al punto che l'esercito saudita è ormai parte in causa della battaglia. Il vertice, dunque, non a caso ha dato all'aspetto della cooperazione militare un'importanza enorme ed è arrivato in Kuwait per chiedere aiuto contro i miliziani sciiti il ministro degli Esteri yemenita, Abdel Qader al-Qurbi.
Il progetto si chiama Al Jazeera Shield (lo scudo della Penisola) e prevede una cooperazione militare a tutti i livelli tra gli stati membri del Gcc, comprese le attività di intelligence e logistica. Il tutto sotto la benedizione degli Usa, che hanno eletto il Qatar e il Bahrain come centri operativi delle loro forze armate nella regione dopo gli attentati a Washington e New York del 2001 che hanno raffreddato i rapporti con l'Arabia Saudita. Ma l'Iran, per molti, resta il male assoluto e le monarchie del Golfo ne sono più spaventate di tutti.

Altro argomento forte all'ordine del giorno è la situazione economica di Dubai. L'insolvenza dichiarata dalla Dubai World, la società ritenuta il motore della finanza dell'emirato, è stata grantita da un prestito di Abu Dhabi, l'emirato capitale, per dieci miliardi di dollari. Al di là dei giochi di potere interni agli Emirati Arabi Uniti, dove la capitale sta invertendo i rapporti di forza con Dubai, le economie di tutto il mondo hanno tirato un sospiro di sollievo. Le borse di tutto il mondo hanno reagito positivamente alla notizia e tutti gli stati del Golfo hanno accolto con sorrisi evidenti sui volti degli sceicchi, in posa sulle prime pagine di tutti i giornali, con didascalie che occupano mezza pagina per inserire devotamente tutti i nomi e i titoli dei monarchi.
La crisi di Dubai, infatti, rischia di essere un virus per le economie di tutti i paesi Gcc, da tempo impegnati nel diversificare le proprie economie, troppo dipendenti dai proventi di una fonte esauribile come il petrolio. Dubai, che il petrolio non ce l'ha, era diventata un modello: real estate di alta classe, progetti faraonici per il turismo di lusso, energie rinnovabili e così via. Il dichiararsi a un passo dal fallimento metteva in cattiva luce tutta la programmazione economica e finanziaria degli altri stati che, piano piano, finiscono tutti per sviluppare città sul modello di Dubai.
La crisi, però, ha indebolito Dubai sul piano negoziale con gli altri membri del Gcc. In primavera, infatti, con la scusa della polemica per la designazione di Riad quale sede della banca centrale per la moneta unica nel Golfo, gli Emirati si erano sfilati dal progetto. Seguiti poco dopo dall'Oman. Non a caso, perché il vero problema è che questi due stati, molto più sensibili ai temi economici che a quelli religiosi e politici, fanno affari d'oro con l'Iran. Adesso, vista la debolezza di Dubai, la posizione degli Emirati si è di fatto ammorbidita e Riad e gli altri non vedono l'ora di bloccare uno dei mercati più importanit per l'economia embargata di Teheran.
Adesso che Dubai tira il fiato, gli sceicchi e i loro alleati occidentali, sempre più, possono concentrarsi sul nemico per eccellenza: l'Iran di Ahmadinejad.

 

Christian Elia

TRATTO SITO peacereporter.net

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